Viviamo in un tempo che ci abitua sempre meno all’attesa, al dubbio, alla sospensione. Siamo circondati da strumenti che promettono risposte immediate, soluzioni rapide, possibilità di controllo costante. Possiamo prevedere il meteo, monitorare parametri biologici, ottenere risposte immediate a qualsiasi domanda ma allo stesso tempo siamo continuamente esposti all’incertezza.

Utilizziamo questa parola quando parliamo del lavoro, delle relazioni, della salute, del futuro dei figli, dell’economia, delle scelte importanti. L’incertezza rappresenta una ‘esperienza psicologica tra le più profonde e inevitabili dell’esistenza umana.

Non sappiamo con assoluta certezza come andrà un colloquio. Non sappiamo se una relazione appena iniziata diventerà qualcosa di stabile (e non sappiamo se e quanto continuerà). Non sappiamo se una decisione presa oggi si rivelerà la migliore tra qualche anno. Non sappiamo come cambierà il nostro corpo, il nostro lavoro, il nostro contesto sociale. Una parte consistente della vita si svolge dentro margini di imprevedibilità che non possono essere eliminati del tutto. Eppure, mai come oggi, molte persone sembrano vivere questa condizione con crescente difficoltà. Nel lavoro clinico è sempre più frequente incontrare sofferenze che, pur presentandosi con forme diverse, hanno un nucleo comune: la fatica a reggere ciò che non si può sapere, controllare o garantire in anticipo. Ansia, rimuginio, bisogno di rassicurazioni, indecisione cronica, gelosia, procrastinazione, evitamento, ricerca ossessiva di risposte immediate: spesso questi fenomeni hanno la radice comune di una scarsa tolleranza dell’incertezza.Parlare di tolleranza all’incertezza significa riconoscere che la capacità di restare sufficientemente stabili anche quando non abbiamo tutte le risposte sia una competenza psicologia fondamentale. Una competenza preziosa, che si costruisce nel periodo dello sviluppo, si allena nel tempo e oggi, per molte ragioni culturali e sociali, appare sempre più fragile.

Che cosa significa tollerare l’incertezza

Tollerare l’incertezza non vuol dire amare l’imprevisto o non provare ansia davanti a ciò che non si conosce. Nessun essere umano è completamente indifferente all’incertezza. Dal punto di vista evolutivo, è fisiologico che ciò che non è prevedibile possa richiedere attenzione, adattamento e maggior prudenza.

La differenza sta nel modo in cui la mente reagisce. Alcune persone possono percepire l’incertezza come scomoda, ma restare capaci di pensare, scegliere e procedere, quindi continuare a “funzionare”. Altre, invece, la vivono come intollerabile. Non come una condizione spiacevole, ma come qualcosa da eliminare immediatamente, questo può portare la persona ad un blocco o ad un’alterazione del suo normale funzionamento nella vita quotidiana.

In ambito scientifico, questo costrutto è stato studiato in modo sistematico soprattutto attraverso i lavori di Michel Dugas, Mark Freeston e successivamente di R. Nicholas Carleton. L’intolleranza all’incertezza viene descritta come la tendenza a reagire negativamente, sul piano emotivo, cognitivo e comportamentale, a situazioni in cui gli esiti non sono pienamente prevedibili.

Al di la’ del  rischio reale, il problema diviene l’impossibilità di avere una certezza totale.

Uno studente può temere un esame perché è convinto di non essere abbastanza preparato: questa è una preoccupazione normale e comprensibile. Ma può anche andare in crisi e non presentarsi all’esame pur essendosi preparato bene, perché non sopporta l’idea di non poter sapere in anticipo il risultato. In questo secondo caso, l’oggetto centrale non è l’esame: è l’incertezza.

Effetti dell’incertezza nella mente

La mente umana tende naturalmente a cercare coerenza, prevedibilità e senso. Sapere cosa aspettarsi riduce il dispendio energetico, facilita la pianificazione, offre una sensazione di continuità. L’incertezza, al contrario, apre possibilità multiple. E dove ci sono molte possibilità, la mente può attivarsi nel tentativo di controllarle tutte.

Questo spiega perché, in presenza di incertezza, molte persone iniziano a pensare di più, non di meno. Analizzano, confrontano, anticipano scenari, cercano segnali, formulano ipotesi. In sé, riflettere non è un problema. I problemi arrivano quando il pensiero diventa un tentativo compulsivo di ottenere garanzie impossibili e la persona entra in un ciclo di pensieri ripetitivi, talvolta catastrofici, da cui diventa difficile uscire.

È ciò che osserviamo nel rimuginio: un pensare continuo nel vano tentativo di ottenere sicurezza ma che produce solo ulteriore attivazione ansiosa.

Una persona in attesa di una risposta lavorativa può controllare la mail una volta al giorno in modo ragionevole. Oppure può controllarla venti volte, cercando di placare l’ansia. Per pochi secondi si sente meglio. Poi il dubbio ritorna, e il controllo ricomincia. Non è la mail il centro del problema: è il bisogno di cancellare l’incertezza.

Quando la ricerca di certezza diventa bloccante

Molti comportamenti apparentemente normali diventano problematici quando assumono la funzione rigida di neutralizzare l’incertezza.

Pensiamo alla richiesta di rassicurazioni nelle relazioni. Chiedere conferme al partner è umano. Ma se una persona ha bisogno continuo di sentirsi dire “mi ami?”, “va tutto bene?”, “sei sicuro?”, spesso non sta cercando un dialogo: sta cercando di anestetizzare il disagio di non poter possedere una certezza assoluta sui sentimenti altrui.

Un esempio quotidiano molto semplice riguarda la scelta di un film su Netflix. In teoria, avere migliaia di titoli disponibili dovrebbe renderci più soddisfatti per l’ampia possibilità di scelta. In pratica, spesso accade il contrario: scorriamo il catalogo per venti minuti, confrontiamo generi, leggiamo trame, guardiamo trailer, salviamo opzioni “per dopo” e finiamo per sentirci confusi o insoddisfatti. La grande quantità di possibilità aumenta il timore di scegliere il film sbagliato e di rinunciare a qualcosa di migliore. Così, ciò che nasce come libertà di scelta può trasformarsi in blocco decisionale. Anche in questo caso non è la mancanza di opzioni il problema, ma la difficoltà a tollerare l’inevitabile incertezza presente in ogni decisione.

Lo stesso accade nelle decisioni. Informarsi prima di scegliere è utile. Ma alcune persone leggono recensioni per ore, confrontano infinite opzioni, chiedono dieci pareri, rimandano la decisione per settimane. Non perché manchino dati sufficienti, ma perché nessuna scelta offre garanzia totale di non sbagliare.

Anche la procrastinazione, in molti casi, non nasce da pigrizia ma da intolleranza all’incertezza. Finché non inizio, resto nel mondo delle possibilità. Se agisco, espongo me stesso al rischio di un esito imperfetto.

La ricerca di certezza, quindi, promette protezione ma spesso produce immobilità, dipendenza e sofferenza.

Un costrutto centrale nei disturbi d’ansia (e non solo)

Negli ultimi decenni la ricerca ha mostrato che l’intolleranza all’incertezza è particolarmente rilevante nei disturbi d’ansia, ma non si limita a essi.

Nel disturbo d’ansia generalizzato, ad esempio, il soggetto tende a preoccuparsi in modo eccessivo di molte aree della vita: salute, famiglia, lavoro, denaro, futuro. Il filo comune non è il contenuto specifico delle preoccupazioni, ma la difficoltà a tollerare che gli eventi possano avere esiti non controllabili.

Nel disturbo ossessivo-compulsivo, il bisogno di certezza può assumere forme ancora più evidenti. La persona controlla più volte se ha chiuso la porta, se ha spento il gas, se ha contaminato qualcosa, se ha fatto del male a qualcuno. Non cerca semplicemente sicurezza: cerca una certezza assoluta, che però la mente non concede mai del tutto.

Nel disturbo da panico, l’incertezza può riguardare il corpo: “e se questa tachicardia fosse qualcosa di grave?”. Nella depressione può tradursi in blocco decisionale, sfiducia nel futuro, impossibilità di muoversi senza garanzie.

Per questo oggi si parla spesso di fattore transdiagnostico: un meccanismo psicologico presente in diverse forme di sofferenza, al di là delle etichette diagnostiche.

Come ci si allena all’incertezza

La capacità di tollerare l’incertezza non compare improvvisamente in età adulta. Si costruisce progressivamente all’interno delle esperienze di sviluppo.

John Bowlby, con la teoria dell’attaccamento, ha mostrato come il bambino sviluppi sicurezza interna quando sperimenta una figura di riferimento sufficientemente affidabile. Questo non significa perfetta disponibilità o assenza di frustrazione, ma una presenza coerente, capace di offrire base sicura.

Un bambino che fa esperienza di una relazione affidabile può allontanarsi, esplorare, attendere, affrontare novità. Impara che non tutto è sotto controllo, ma che l’assenza temporanea di certezza non coincide con il disastro.

Donald Winnicott, parlando di madre “sufficientemente buona”, sottolineava l’importanza delle piccole frustrazioni tollerabili. Se il bisogno viene soddisfatto sempre e immediatamente, il bambino non allena la capacità di attendere. Se invece viene frustrato in modo traumatico, può sviluppare insicurezza. Tra questi estremi si colloca uno spazio evolutivo prezioso: quello in cui il desiderio non è immediatamente appagato, ma resta pensabile e sostenibile.

Anche Wilfred Bion, con il concetto di capacità negativa e funzione di pensiero, offre una chiave di lettura importante: maturare significa poter restare a contatto con il non sapere senza dover evacuare immediatamente il disagio attraverso azione impulsiva, controllo o fuga.

Perché oggi questa competenza appare più fragile

Ogni epoca ha le proprie forme di sofferenza. La nostra sembra caratterizzata da un paradosso: come anticipato all’inizio dell’articolo, disponiamo di strumenti straordinari per informarci, pianificare, prevedere, ma tolleriamo sempre meno ciò che resta imprevedibile.

Viviamo immersi in sistemi che riducono i tempi di attesa. Messaggi istantanei, informazioni immediate, consegne rapide, intrattenimento continuo. L’attesa, un tempo parte ordinaria dell’esperienza, è diventata qualcosa da eliminare.

Questo modifica anche il rapporto psicologico con il dubbio. Se sono abituato ad avere una risposta subito, il non sapere diventa più faticoso.

Tecnologia e monitoraggio offrono molti vantaggi ma possono alimentare l’erronea convinzione che se raccolgo abbastanza dati, potrò prevedere tutto. Quando poi la realtà mostra il contrario, l’impatto emotivo può essere maggiore.

Molti contesti educativi, mossi da buone intenzioni, tendono a proteggere bambini e adolescenti da ogni disagio. Tuttavia, evitare sistematicamente il confronto con frustrazione, rischio e attesa può impoverire lo sviluppo di competenze adattive.

Un ragazzo che non sperimenta mai piccole difficoltà gestibili rischia di trovarsi più vulnerabile davanti alle inevitabili complessità dell’età adulta.

Avere molte opzioni non sempre libera. Talvolta paralizza. Quando ogni scelta sembra reversibile ma anche potenzialmente sbagliata, decidere diventa più difficile.

Nuove generazioni nuove fragilità

È importante evitare semplificazioni. Non esistono generazioni “deboli” per natura. Ogni generazione cresce dentro condizioni specifiche.

Le nuove generazioni affrontano pressioni che spesso gli adulti sottovalutano: esposizione continua al confronto sociale, iperstimolazione digitale, richiesta precoce di performance, accelerazione dei tempi, instabilità economica percepita, narrazione costante del rischio.

In questo scenario, la difficoltà a tollerare l’incertezza potrebbe essere letta come esito comprensibile di un ambiente che alterna ipercontrollo e iperinstabilità.

Il compito educativo e clinico, allora, non è giudicare, ma aiutare a sviluppare risorse interne che aiutino la persona a fortificare questa competenza.

L’intolleranza all’incertezza nella vita quotidiana

La scarsa tolleranza all’incertezza non sempre si evidenzia in modo eclatante, ma spesso si manifesta in modi sottili.

C’è chi non invia un curriculum perché teme di non essere all’altezza. Chi resta in una relazione insoddisfacente perché l’ignoto della separazione appare peggiore del noto che fa soffrire. Chi controlla continuamente sintomi corporei online. Chi ha bisogno di pianificare ogni dettaglio di una vacanza e vive male ogni imprevisto. Chi non riesce a iniziare un progetto se non sente di avere tutto perfettamente chiaro. Chi interrompe una conoscenza affettiva promettente perché non regge il tempo ambiguo della costruzione del legame.

In tutti questi casi, il denominatore comune non è la situazione esterna, ma il rapporto interno con il margine di non controllabilità che essa comporta.

Il costo psicologico del bisogno di garanzie

La richiesta interna di certezza assoluta ha un costo molto elevato, riduce la spontaneità, perché ogni passo deve essere prima verificato. Indebolisce l’autonomia, perché la regolazione dipende da rassicurazioni esterne. Consuma energia mentale, perché il pensiero resta impegnato a prevenire ogni possibilità negativa. Limita la crescita, perché molte esperienze significative richiedono inevitabilmente un salto nel non garantito.

Nessuna relazione importante nasce con certezze complete. Nessun cambiamento professionale rilevante è privo di rischio. Nessun percorso di cura offre garanzie matematiche. Nessuna vita autentica è interamente prevedibile.

Chi pretende una certezza assoluta finisce spesso per rinunciare proprio a vivere una vita piena, autentica e ricca di possibilità.

Si può allenare la tolleranza all’incertezza?

Assolutamente sì. La tolleranza all’incertezza non è un tratto fisso. È una capacità modificabile attraverso esperienza, consapevolezza e lavoro terapeutico.

Molti approcci psicologici contemporanei, dalla terapia cognitivo-comportamentale ai modelli metacognitivi fino all’Acceptance and Commitment Therapy di Steven Hayes, convergono su un punto: non si tratta di eliminare l’incertezza, ma di cambiare il rapporto con essa.

Questo può significare, concretamente:

  • ridurre la ricerca compulsiva di rassicurazioni
  • riconoscere quando il pensiero è diventato rimuginio sterile
  • esporsi gradualmente a piccole situazioni non controllate
  • accettare che scegliere comporta sempre una quota di rischio
  • spostare il focus dal controllo dell’esito alla qualità dell’azione presente
  • sviluppare fiducia nella propria capacità di affrontare ciò che arriverà, anche se oggi non è noto

Un esempio semplice: non posso sapere con certezza come andrà un colloquio. Posso però prepararmi bene, presentarmi con dignità e tollerare il fatto che l’esito non dipenda totalmente da me. Questa posizione non elimina l’ansia, ma la rende compatibile con l’azione.

Il ruolo della psicoterapia

Quando la difficoltà a tollerare l’incertezza diventa fonte stabile di sofferenza, la psicoterapia può rappresentare uno spazio prezioso.

Il lavoro terapeutico non consiste nel fornire garanzie al posto della persona. Non serve a rassicurare il paziente o a promettere che andrà tutto bene. Serve piuttosto a costruire una mente più capace di restare presente, pensare, sentire e scegliere anche in assenza di garanzie assolute.

Spesso significa riconoscere antichi apprendimenti: “se non controllo tutto, accadrà qualcosa di grave”, “se non ho conferme immediate, non valgo”, “se non sono certo, non posso agire”. E gradualmente sostituirli con posizioni più mature e realistiche.

La sicurezza psicologica adulta non nasce dal possedere tutte le risposte. Nasce dal sapere che, anche senza tutte le risposte, possiamo affrontare la realtà.

Conclusioni

In un mondo complesso, mutevole e accelerato, la capacità di tollerare l’incertezza diventa sempre più centrale. Non solo per stare meglio, ma per vivere in modo pieno la propria vita.

Chi sa tollerare l’incertezza può amare senza pretendere controllo totale, lavorare senza paralizzarsi davanti al rischio, educare senza inseguire perfezione, scegliere senza aspettare garanzie impossibili, attraversare i cambiamenti senza crollare a ogni imprevisto.

Non è una competenza spettacolare. Non si misura facilmente. Ma incide profondamente sulla qualità della vita ed è forse una delle forme di maturità psicologica più preziose del nostro tempo.

In fondo, tollerare l’incertezza significa anche riconoscere che non tutto ciò che accade dipende da noi, ma molto può dipendere dal modo in cui scegliamo di attraversarlo. Come è stato efficacemente sintetizzato da Charles R. Swindoll, “la vita è il 10% ciò che ti accade e il 90% come reagisci”. La maturità psicologica non nasce dall’illusione di controllare ogni evento, ma dalla capacità di rispondere alla realtà con flessibilità, consapevolezza e presenza.

Perchè il problema non è che oggi il mondo sia più incerto.
Il problema è che siamo sempre meno allenati a tollerarlo.

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Dott.ssa Angela Marchetti Psicologa Psicoterapeuta, Terapeuta EMDR Palermo